Chiesa di Santa Chiara
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Chiesa di Santa Chiara


L'attuale aspetto della chiesa è frutto di un rifacimento barocco anteriore al 1730, anno in cui la badessa Laura de Sterlich stipulò un contratto con gli stuccatori Girolamo Rizza e Carlo Piazzola per la nuova decorazione dell'edificio. 
Da questo documento si deduce che, a quella data, i lavori strutturali erano già terminati, senza però fare cenno all'identità dell'autore del progetto. La chiesa presenta un impianto molto originale, considerato un unicum nell'ambito dell'architettura francescana abruzzese. 
La chiesa è inserita in un corpo di fabbrica affacciato su una piccola piazza e staccato dalla struttura principale dell'annesso convento.
Lo spazio è costituito da un triangolo equilatero ai cui vertici corrispondono, introdotte da archi, tre profonde cappelle absidate delle quali, quella in corrispondenza dell'ingresso, leggermente più profonda; le pareti, in asse con le cappelle, accolgono la porta di accesso per i fedeli e due eleganti palchetti. 
Il passaggio dalla pianta triangolare alla cupola circolare è mediato da due cornici: all'altezza dell'imposta degli archi ne corre una prima, mistilinea e sostenuta da lesene corinzie; la seconda poggia su brevi lesene e ricalca il profilo della bella cupola emisferica con lanterna, caratterizzata da tre aperture ovali, poste in asse con gli altari sottostanti. Le finestre si collocano nella fascia compresa tra le due cornici, che accoglie anche gli archi e sei medaglioni sorretti da puttini. 
Lo spazio interno si presenta equilibrato ed unitario nonostante la sua articolata spazialità. Quest'ultima lascia il posto, all'esterno, a una scansione semplice della facciata, attraverso un doppio ordine di lesene che incorniciano il portale timpanato archiacuto e il finestrone rettangolare, mentre il tamburo incastona la cupola. 
Girolamo Rizza e Carlo Piazzola, allievi di Giovan Battista Gianni, sono gli autori della decorazione in stucco che caratterizza la chiesa. Si tratta di un elegante apparato di cornici, modanature dorate e paraste che accompagna la tanto originale articolazione interna degli spazi. 
Sono però gli altari, che presentano tutti lo stesso tipo di composizione, a polarizzare l'attenzione dell'osservatore. All'interno di una partizione architettonica priva di ordini, una nicchia accoglie le statue a tutto tondo: santa Chiara di fronte, san Francesco a destra e, presumibilmente, vista la presenza del cielo stellato, l'Immacolata a sinistra, anche se ora l'altare è vuoto. Lateralmente, le nicchie sono accompagnate da coppie di santi in rilievo, rispettivamente santa Barbara e santa Caterina d'Alessandria; sant'Antonio di Padova e san Pasquale Baylon; san Francesco di Paola e un altro santo non identificato. A coronamento degli altari campeggiano tre altorilievi: di fronte, l'ordinazione di santa Chiara, con il taglio dei capelli da parte di san Francesco; a destra, santa Cecilia che suona accompagnata dagli angeli; a sinistra, la trasverberazione di santa Teresa d'Avila. 
I profondi archi in cui alloggiano gli altari sono affiancati in alto, dopo la cornice marcapiano, da sei medaglioni sorretti da puttini, raffiguranti con ogni probabilità scene del Vecchio Testamento, tra le quali Giuditta con la testa di Oloferne; mentre, in controfacciata, spicca la splendida cantoria che si conclude in alto con il cristogramma. 
Ponendosi con le spalle al portale, è possibile notare, sulla sinistra, l'accesso ad alcuni locali attigui alla chiesa, da cui le suore ascoltavano la messa tramite una grata metallica: nella decorazione a formelle che la caratterizza, spiccano un foro, nel quale si poteva introdurre la mano, e una finestrella dalla quale ricevevano la comunione. 
L'excursus relativo alle opere d'arte, non può non ricordare la pavimentazione della chiesa e dei locali attigui ad essa, risalente al XIX secolo come attesta l'iscrizione collocata subito dopo il portale di accesso, riferita alla committente: ME METILDE BALDASSARRE BADESSA NEL 1856. Si tratta di un pavimento o "terrazzo" alla veneziana, caratterizzato da colori tenui come il rosa, il giallo, il verde e il grigio: attorno al rosone centrale a motivi vegetali e a nastro, si dipana un tessuto decorativo a triangoli chiari e scuri, mentre negli altri ambienti, la decorazione assume una struttura a formelle. Questa tecnica, di antichissima origine, venne perfezionata ed esportata nel mondo dalle popolazioni friulane, e consiste nella semina di un granulato variopinto, misto a scagliette di marmo e ciottoli fluviali di diversa granulometria, eseguita su una base stratificata di mattoni, coppi macinati o pietrisco e polvere di marmo, mescolati a calce spenta. È soprattutto la disposizione ordinata della semina a determinare la qualità del lavoro: si comincia dagli elementi più grandi fino via, via a chiudere tutti gli spazi con il pietrisco più fine. I motivi ornamentali, invece, vengono riprodotti tramite la tecnica dello spolvero, la stessa utilizzata per eseguire gli affreschi; il tutto, alla fine, viene rullato, lisciato, stagionato e levigato. L'autore del pavimento di santa Chiara è Giovanni Pellarin, nativo di Sequals, che nel 1848 lasciò il Lombardo Veneto, agitato dalle lotte risorgimentali, per emigrare in Abruzzo. Nel 1852, dopo altre committenze, giunse a Città Sant'Angelo, dove eseguì diversi lavori, tra cui il pavimento di questa bellissima chiesa.